Siciliani nella Resistenza

I siciliani nella Resistenza: una storia meno nota

Quando si parla di Resistenza italiana, si pensa spesso soprattutto al Nord: bande partigiane, città industriali e lotta armata contro l’occupazione nazifascista. La Sicilia, però, non rientra in questo quadro per una ragione semplice: l’Isola fu liberata prima dell’8 settembre 1943 e, di conseguenza, non conobbe una Resistenza nel senso in cui il termine si applica alle aree rimaste sotto occupazione tedesca o sotto la Repubblica sociale italiana.

Questo non significa che i siciliani siano rimasti estranei alla guerra di liberazione. Molti, per lo più uomini in età militare, si trovavano fuori dall’Isola: soldati dispiegati altrove, militari che dopo l’8 settembre si sbandarono, prigionieri o internati, persone trascinate dagli spostamenti imposti dal conflitto. In quelle condizioni, e nei luoghi in cui si trovarono, non pochi parteciparono alla lotta contro i nazifascisti, contribuendo alla Resistenza e alla liberazione dell’Italia.

L’esplorazione degli archivi – compresi i fondi dell’Istituto Gramsci Siciliano – restituisce alla vicenda resistenziale una dimensione nazionale: una trama di percorsi che attraversa l’Italia intera e che spesso, proprio perché avvenuta in territori diversi da quelli di origine dei partigiani, è stata meno visibile nel racconto pubblico.

In questa cornice si colloca anche il convegno Il ruolo della Sicilia nella Resistenza e nella guerra di liberazione (Palermo, 13-14 ottobre 2016), i cui esiti sono confluiti nel volume I siciliani nella Resistenza, a cura di Tommaso Baris e Carlo Verri (Sellerio, Palermo 2019), che offre un quadro utile per ricomporre vicende, percorsi e memorie spesso rimaste periferiche nel racconto nazionale, e ricostruisce la complessa partecipazione siciliana alla Resistenza.

La Sicilia visse il fascismo in una condizione particolare. L’isola fu liberata molto presto, nell’estate del 1943, a seguito dello sbarco alleato, e non conobbe quindi una Resistenza armata paragonabile a quella del Centro-Nord. Nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi all’8 settembre 1943, in più regioni meridionali si ebbero manifestazioni di opposizione all’occupazione tedesca e al fascismo repubblicano, spesso spontanee e popolari. Su tutte, prevalse l’insurrezione di Napoli: le Quattro giornate (27-30 settembre 1943) furono un segnale decisivo, mostrando che l’occupante poteva essere cacciato e che la disobbedienza poteva trasformarsi in azione collettiva. Episodi di questo tipo possono assurgere, a pieno titolo, al nome di Resistenza, pur con forme e tempi diversi rispetto alla guerra partigiana del Nord.

È vero che la Resistenza del Mezzogiorno fu spesso fatta di tempi brevi e di pochi eventi diventati davvero noti, anche perché la guerra si spostò rapidamente verso il Centro-Nord. Per questo quelle esperienze – dall’insurrezione urbana alla resistenza civile, dalla protezione dei renitenti ai primi scontri armati – possono meritare, a pieno titolo, il nome di Resistenza, pur con forme e cronologie diverse rispetto alla lunga guerra partigiana settentrionale.

Ciò non implica, tuttavia, l’assenza di opposizione al regime in Sicilia e nel Sud. Già negli anni Venti e Trenta, il fascismo aveva colpito duramente il movimento operaio e contadino, reprimendo sindacalisti, socialisti, comunisti e antifascisti di varia estrazione. Arresti, confino, emigrazione forzata e marginalizzazione politica produssero una diaspora antifascista che avrebbe avuto un ruolo decisivo negli anni della guerra.

All’8 settembre 1943, migliaia di soldati siciliani si trovarono lontani dall’isola, dislocati in caserme o reparti del Centro e del Nord Italia. Dopo il crollo dello Stato monarchico e l’occupazione tedesca, la scelta fu spesso drammatica: arrendersi e rischiare la deportazione, aderire alla Repubblica sociale italiana oppure entrare nella clandestinità. Da quel momento si aprì la stagione della Resistenza, che in Italia durò circa venti mesi, fino alla primavera del 1945: un arco di tempo relativamente breve, ma densissimo di decisioni individuali e collettive, di violenza e speranza, di organizzazione politica e sollevazioni popolari.

Molti meridionali – e fra loro molti siciliani – entrarono nelle formazioni partigiane attive in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana. È una partecipazione che, per i meridionali, assume spesso i contorni di una “seconda migrazione”: non più dettata solo dalla necessità economica, ma dalla rottura improvvisa dell’ordine statale e dalla necessità di scegliere da che parte stare. Non va dimenticata, inoltre, un’altra forma di opposizione, meno visibile ma cruciale: il rifiuto di molti militari italiani (tra cui moltissimi meridionali) di aderire alle forze di Salò, con la conseguente deportazione nei lager come Internati Militari Italiani.

Un tratto specifico della presenza meridionale nella Resistenza al Centro-Nord riguarda la sua composizione: una parte consistente proveniva dai ranghi militari. Questo ebbe due conseguenze. Da un lato, la competenza nell’uso delle armi – e talvolta il fatto stesso di possederle o saperle reperire – favorì l’assunzione di responsabilità operative e anche di ruoli di comando. Dall’altro lato, proprio quelle funzioni e quella visibilità comportarono un’esposizione maggiore ai rischi: rastrellamenti, azioni di combattimento, cattura, fucilazioni. In altre parole, non pochi meridionali entrarono nella lotta partigiana portandosi dietro un capitale di esperienza militare che li rese preziosi, ma anche più vulnerabili.

In questa cornice, emergono alcune figure emblematiche. Pompeo Colajanni, conosciuto come “comandante Barbato”, nato a Caltanissetta, fu uno dei comandanti partigiani più importanti e partecipò alla liberazione di Torino. La sua vicenda mostra come un siciliano potesse diventare un protagonista decisivo della Resistenza del Nord, e poi rientrare nel secondo dopoguerra come figura pubblica riconosciuta.

Ma oltre ai nomi noti, ci furono centinaia di siciliani e meridionali comuni, spesso giovanissimi, la cui storia è riemersa soprattutto grazie a ricerche locali e a progetti di censimento. Per esempio, una banca dati curata dall’Istoreto ha raccolto migliaia di nominativi di partigiani provenienti dal Sud attivi in Piemonte: un indice concreto di quanto quella presenza sia stata tutt’altro che marginale. A questo si affianca una fonte nazionale decisiva: il portale del Ministero della Cultura I Partigiani d’Italia, che rende consultabile lo schedario delle Commissioni istituite nel dopoguerra per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, con i dati e le riproduzioni digitali delle schede originali confluite nel fondo Ricompart dell’Archivio Centrale dello Stato.

E se la Resistenza “nel” Mezzogiorno ebbe spesso tempi rapidi e pochi episodi entrati nel canone, la partecipazione dei meridionali alla Resistenza combattuta al Centro-Nord fu numerosa; per questo molti caduti meridionali si trovino proprio in quel teatro di guerra più lungo e più duro, dove la repressione nazifascista fu sistematica e prolungata.

Nel secondo dopoguerra, tuttavia, questa esperienza si tradusse raramente in memoria collettiva. Che si trattasse della Resistenza praticata al Sud o della Resistenza vissuta da meridionali al Centro-Nord, spesso la memoria rimase privata e familiare: un racconto domestico, un lutto custodito, un episodio tramandato, non sempre trasformato in patrimonio pubblico, in tradizione civica condivisa. Le eccezioni non mancano, e sono significative. In alcuni casi, però, la memoria resistenziale fu anche oggetto di un lavoro di ricostruzione e trasmissione pubblica. Un ruolo importante ebbero l’ANPI e Pompeo Colajanni, impegnati nel recupero di testimonianze, carte, nominativi e iniziative commemorative, nel tentativo di dare continuità e riconoscibilità a esperienze spesso disperse. I documenti conservati nei fondi d’archivio dell’Istituto Gramsci Siciliano mostrano bene questa opera di recupero memoriale, fatta di corrispondenze, progetti, elenchi e materiali utili a trasformare ricordi individuali in patrimonio collettivo.

Alcune figure note della Resistenza, soprattutto maturata al Nord, tornarono al Sud e divennero punti di riferimento anche nella vita politica e sociale meridionale. Oltre a Colajanni, basti citare Placido Rizzotto e Girolamo Li Causi, in modi diversi legati a una memoria resistenziale che provò a radicarsi anche nel dopoguerra meridionale.

A distanza di ottant’anni, si può dire che la “questione meridionale della Resistenza” resti, in parte, aperta. Non perché manchino le storie, ma perché è ancora in corso – nella ricerca, nella scuola, nella divulgazione, nelle pratiche pubbliche della memoria – il lavoro di ricomporle in un quadro condiviso. E proprio qui il caso dei siciliani è rivelatore: mostra che la Resistenza, più che una geografia, fu una rete di scelte; e che la liberazione dell’Italia fu davvero nazionale, perché nazionale fu la somma dei percorsi, delle fughe, delle decisioni, delle insurrezioni e delle lotte – anche quando cominciarono lontano da casa.